IGNAZIO BUTTITTA

Centro Studi Storico-Sociali Siciliani
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"Storia, Folklore, Arte, Mitologia"
"In tutto il mondo con i SICILIANI"


Bagheria (PA) 19/09/1899 - 05/04/1997
Poeta e Scrittore Siciliano
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Autodidatta, fece molti mestieri: garzone di macellaio, salumiere, grossista in alimentari, rappresentante di commercio. Il 15 ottobre 1922, alla vigilia della "marcia su Roma" capeggiò nel suo paese una sommossa popolare. Nello stesso anno fondò il circolo di cultura "Filippo Turati", che settimanalmente pubblicava il foglio "La povera gente". Fino al 1928 fu condirettore del mensile palermitano di letteratura dialettale "La Trazzera", soppresso dal fascismo. Dopo aver pubblicato Sintimintali (1923) (molte liriche con prefazione di Giuseppe Pipitone Federico, scrittore, letterato e critico letterario morto quando Buttitta aveva 41 anni. Insegnò storia e geografia nella Scuola normale maschile e successivamente letteratura italiana presso la R. Università di Palermo) e il poemetto in lingua siciliana Marabedda (1928) il poeta ufficialmente tacque, ma le sue poesie continuarono a circolare clandestinamente. La sua prima poesia antifascista fu pubblicata, nel 1944, sul secondo numero di "Rinascita". Solo nel 1954, con Lu pani si chiama pani, Buttitta ricominciò a pubblicare le sue opere, che gli diedero fama internazionale.

Nel 1943 Bagheria era stata bombardata e Buttitta, per allontanare la famiglia dai pericoli della guerra, - moglie e quattro figli, di cui uno, Antonino, insegnante di Antropologia alla Facoltà di Lettere dell'Università di Palermo, in qualità di studioso delle tradizioni popolari siciliane; e un altro, Pietro Antonio, famoso giornalista e scrittore, morto il 14 agosto 1994 a Bagheria- si trasferì a Codogno (Milano). Ritenne di poter tornare da solo in Sicilia, ma lo sbarco degli Alleati gli impedì di attraversare lo stretto di Messina. Durante la permanenza in Lombardia, Buttitta partecipò alla lotta clandestina e venne arrestato due volte dai fascisti. Quando, dopo la Liberazione, tornò in Sicilia, trovò i suoi magazzini di generi alimentari saccheggiati. Per vivere (aveva già quattro figli) fu costretto a ritornare in Lombardia e a intraprendere l'attività di rappresentante di commercio. Questo fu un importante periodo di approfondimento per il poeta, che potè incontrare e frequentare quasi ogni sera Quasimodo e Vittorini. Nel 1960 si stabilisce definitivamente a Bagheria fino al 5 aprile 1997 data della sua morte, nella casa affacciata sul mare di Aspra.
Da: Il poeta in piazza

Testimonianza di Leonardo Sciascia

Vittorini raccontava di quando lui e Mezio, giovanissimi, incontrarono per la prima volta Francesco Lanza: alla stazione di Catania, tra un treno e l'altro, in una giornata di stagnante e fosca calura. In prima, ne ebbero una delusione: nel fisico, nel modo di vestire, nel bagaglio che si portava appresso, nel parlare, Lanza non parve loro un poeta. Ma ad un certo punto lo riconobbero e identificarono come tale: e fu quando Lanza, indicando un alberello, disse: "basterebbe che quei rami si muovessero appena..." per dire dell'afa che stavano soffrendo, del desiderio che l'aria si muovesse e che un leggero réfolo desse refrigerio alle persone e alle cose.

Con Ignazio Buttitta non c'era da aspettare: la sua presenza era immediatamente quella del poeta: nel fisico, nello sguardo, nel movimento di togliersi e rimettersi gli occhiali o di portarseli sulla fronte (un movimento che sembrava adeguarsi non ad una esigenza puramente oculistica, ma a un vedere interno, a un rapporto con le cose interiormente scelto, a una collocazione di esse in una prospettiva ad ogni momento inventata e rinnovata); e in tutto quello che diceva, in tutto quello che raccontava, di sè e degli altri, di Bagheria e del mondo, delle cose di ogni giorno, del libro che aveva appena letto, di una conversazione col cocchiere di piazza a Palermo o col grande poeta Mosca, dell'incontro con un vecchio contadino o con un professore o con un mafioso: tutte le cose straordinarie che gli capitavano.

Io faccio il poetaNel suo raccontare tutto è un'immagine, metafora, ritmo. E procede per sprazzi, per improvvise illuminazioni di particolari, di dettagli; e con iterazioni ugualmente improvvise: ingorghi che doveva far defluire, nodi che si dovevano sciogliere, rappresentazioni del fatto, del personaggio, della cosa da penetrare, da svelare. E se più volte raccontava la stessa cosa, a distanza di giorni o di anni, inalterabilmente si succedevano quelle immagini, quelle metafore, quel ritmo, quelle iterazioni misteriose e sospensive. Perché Buttitta scriveva tutto -o forse, per dirla con Hemingway-, erano le cose che scrivevano Buttitta; e la sua opera propriamente scritta, materialmente scritta - i suoi manoscritti, i suoi libri - non è che una parte del Buttitta scritto che era poi l'intera sua esistenza, l'intera sua esperienza, la sua memoria, i suoi sensi.

E si direbbe che l'avvenimento della scrittura realizzata, del nero su bianco, delle parole sulla carta, sia stato per lui incidentale e fortuito, e quasi una costrizione. Una necessità e una convenienza: perché la poesia va detta e non costretta su una pagina, sigillata in un libro; comunicata da uomo a uomo, da uomo agli uomini, con la voce, il gesto, lo sguardo, le pause, le sospensioni, il respiro, il registro, il timbro. Platone temeva la scrittura in quanto comunicazione che è scelta, da chiunque è in condizione di acquistare e leggere un libro, e non sceglie, come invece sceglie il discepolo o l'interlocutore colui che comunica oralmente; Ignazio faceva una lettura silenziosa, come se avesse un rapporto possessivo ed esclusivo con la sua poesia, leggendola con la voce che gli diveniva fioca con facilità. Quando gli domandavano la poesia da leggere con gli occhi, con un certo dissappunto, ogni volta diceva: "Anche Elio (Vittorini) voleva prima leggere con gli occhi", quasi che quello degli occhi sia un modo strano di leggere, poiché la vera lettura è quella che si ascolta, quella che viene dalla voce del poeta, inseparabilmente, unicamente.

Non è che diffidava della scrittura: è che riteneva assolutamente indissolubile da sè, dalla sua vita, dal suo corpo, dalla sua voce, quel raccontare al mondo, quel goderlo e soffrirlo e ribellarsi che è la sua poesia. Da ciò la sua sprezzatura delle regole, codificazioni, e convenzioni grammaticali e ortografiche; la sua invenzione del dialetto siciliano secondo la voce e senza tener conto della maggiore o minore leggibilità che la sua trascrizione offre. Ogni facilitazione alla voce, sembra dica Buttitta; gli occhi, se non chiedono aiuto alla voce, se la sbrighino come possono. D'altra parte, questa è, peculiarmente, la radice popolare e contadina della sua poesia: la poesia che è parola-voce, il poetare che coincide con l'esistere, estemporaneamente e quasi fisiologicamente. Non c'è momento dell'esistenza - il più duro lavoro o il riposo, la gioia o l'affanno, il miele o il fiele, il lutto o la festa - che non possa essere calato in ritmi e rime, liberarsi cioè in un fatto mnemonico, diventare, insomma, pura memoria (la Memoria che era madre alle muse). E perciò la disponibilità di Buttitta, come gli antichi poeti del mondo contadino, come certi poeti estemporanei che ancora sopravvivono nella campagna di Mineo (CT), alle occasioni. Egli spremeva poesia da qualsiasi fatto, da qualsiasi cosa: non, beninteso, in senso propriamente occasionale o celebrativo, ma sempre immediatamente attingendo al più giusto e sicuro sentimento e giudizio, alle proprie convinzioni, ai propri intendimenti.

Il poeta in piazzaNon è, come nel Paradoxe di Diderot, la disponibilità di un'anima che "a été formée de l'élément subtil dont notre philosophe remplissait l'espace qui n'est ni pesant, ni léger, ni froid, ni chaud, qui n'affecte aucune forme déterminée, et qui, également susceptible de toutes, n'en conserve aucune", ma, al contrario appunto, di una personalità che considera il mondo tanto fluido da arrenderlo, in ogni momento e in ogni caso, alla propria forma e memoria. La prescrizione flaubertiana - "il poeta deve simpatizzare con tutto e con tutti" - si ha l'impressione, leggendo (ascoltando) le poesie di Buttitta, che si sia effettualmente rovesciata, e che tutto e tutti simpatizzano con lui.

Le radici popolari e contadine della poesia di Buttitta,non fanno di lui un poeta popolare se non nel senso di poeta che sta dalle parte del popolo. Anche nelle cose che sembrano più corsive e conviviali, e forse maggiormente in queste, è convenientemente "difficile": e anzi quanto più precario e instabile è il punto da cui muove la sua composizione poetica, quanto più il ritmo e la rima sembrano affrancarlo dalla ragione ed esaltarlo, tanto più la poesia trova equilibri sottili ed ardui, interne e profonde ragioni. Nei suoi scritti c'è, alta su tutto, la coscienza: e tutto vi si devolve e confessa - i sensi, l'impegno, l'ideologia, l'ars poetica, la parola stessa. E senza assoluzione.
Leonardo Sciascia

* RadioFestival della Nuova Canzone Siciliana *


Ignazio è il più famoso poeta siciliano contemporaneo, il solo ad essere conosciuto all'estero, tanto conosciuto che si è perfino parlato di Nobel. I suoi libri si vendono in misura decisamente superiore a quelli di Montale, i suoi recitals erano gremitissimi, frequenti gli inviti in TV. È un fatto nuovo per la poesia siciliana, che non aveva conosciuto mai una simile popolarità, neanche quando i suoi poeti si chiamavano Veneziano e Meli, Tempio e Scimonelli, Di Giovanni e Martoglio; è un fatto che si deve a lui, a Ignazio, che ha saputo polarizzare sul suo nome l'attenzione e l'interesse della critica e del pubblico.

Buttitta con il poeta catanese  Salvatore D'AngeloEra nato poeta sulla scia del D'Annunzio, giunto alla poesia siciliana attraverso Vincenzo De Simone, che negli anni Trenta, ma anche da prima, era stato il pontefice massimo delle nostre lettere; ma si era distaccato subito dall'amico, certamente prima della seconda guerra, essendosi maturata in lui una concezione diversa dalla realtà, essendosi fatta strada in lui una ideologia diversa da quella imperante. Da quel travaglio che operò un rinnovamento non solo nei contenuti della sua poesia, ma anche nella forma, che si liberò dagli schemi tradizionali, ormai anchilosati e privi di vita, nacque "Lu pani si chiama pani", composto negli anni della guerra e immediatamente dopo, ma apparso solo nel 1954 con la traduzione di Salvatore Quasimodo. Il successo fu totale e continua fino ad oggi, facendo d'Ignazio una delle figure più popolari di tutta la letteratura italiana.

Della sua poesia, tradotta in molte lingue, dal francese al rumeno, dal russo al greco, si sono interessati i maggiori critici italiani e stranieri, e i confronti che si sono fatti sono quelli con Neruda ed Eluard, con Prevért e Majakovski. Alla richiesta di quali poesie scegliere per una antologia, disse: "scarta i limiuna muffuti e cogghi chiddi frischi chi pampini a l'arbulu. Sarebbe un segno d'amore alla poesia e alla Sicilia". Le poesie di Buttitta non sono affatto limiuni muffuti (limoni ammuffiti), e i molti lettori di Ignazio l'hanno constatato; la vera poesia non muffisci mai!
Salvatore Camilleri

Opere:

"Sintimintali", poesie con prefazione di G. Pipitone Federico, edizioni Sabio, Palermo 1923;
“Marabedda”, edizioni La Terrazza, Palermo 1928;
“Lu pani si chiama pani”,  traduzioni in versi di Salvatore Quasimodo, illustrazioni di Renato Guttuso, edizioni di Cultura Sociale, Roma 1954;
“Lamentu  pi  la  morti  di  Turiddu Carnivali”, traduzione  di  Franco  Grasso,  Edizioni  Arti Grafiche, Palermo 1956;
“La peddi nova”, prefazione di Carlo Levi, edizioni Feltrinelli, Milano 1963;
“Lu trenu di lu suli”, introduzione di Leonardo Sciascia, edizioni Avanti!, Milano 1963;
“La paglia bruciata”,  prefazione  di  Roberto  Roversi  con  una  nota  di  Cesare Zavattini, edizioni Feltrinelli, Milano 1968;
“Io faccio il poeta”, prefazione di Leonardo Sciascia, edizioni Feltrinelli, Milano 1972 (Premio Viareggio);
“Il cortile degli Aragonesi”, (rielaborazione di un’opera teatrale di autore ignoto), edizioni Giannotta, Catania 1974;
“Il poeta in piazza”, edizioni Feltrinelli, Milano 1974;
“Prime e nuovissime”, Gruppo Editoriale Forma, Torino 1983;
“Le pietre nere”, edizioni Feltrinelli, Milano 1983.
 


Ncuntravu u Signuri                Cumpagni di viaggiu                  Non mi lassari sulu                    Cavallaria rusticana
                 


Libri in Lingua Siciliana

Le Poesie

U tempu longu (Il tempo lungo)

A sittant'anni e doppu
mentri cala u sipariu 
e accurza a vista, 
l'omu leggi 2 Nuvembri 
nto calannariu di l'occhi. 

Ma stamatina, 
senza grazia accanzata, 
io leggiu Pasqua e risurrezioni; 
e viu davanti a mia 
u tempu longu, 
i strati aperti, 
u celu nettu 
e senza trona chi scàttanu. 

E diri ca c'è a guerra, 
a caristia, 
e populi pronti a scannarisi. 

E diri c'haiu a carni scurciata, 
i pedi spinati, 
e u cori 
chi si jinchi e svacanta ogni ghiornu; 
e c'haiu vogghia d'erba 
e di pani càudu 
e di vucchi e d'occhi chi vàgnanu 
e scippanu i siccumi du cori. 

D'unni veni sta luci 
ca m'illumina l'occhi 
e mi fa vìdiri u lustru nto scuru, 
u celu nte funnali 
e a gioia lùciri nte lacrimi? 

Cu sfardò i negghi 
ca chiòvinu sangu 
e mi fa vìdiri u munnu rinasciri, 
a terra allungarisi, 
e u celu gràpirisi 
e tràsiri nta àutri celi? 

Cu mi fa vìdiri 
i muntagni vivi, 
l'arbuli additta 
e u suli ca i vesti 
e u ventu c'arrimina e ci parra? 

Non è a puisia; 
a puisia adduma e s'astuta, 
affunna nterra e mori, 
acchiana ncelu e cadi: 
havi l'ali di pagghia. 

Zocch'è e pirchì, 
guardu a campagna e ciurisci cu mia, 
guardu u mari e mi pari u me lettu, 
guardu u celu e ci trasu cu cori? 

Zocch'è e pirchì 
io sugnu sulu 
e viu genti e banneri 
e òmini d'ogni lingua 
e mi sentu carni ncurpurata 
e ciumi nte ciumira? 

Zocch'è e pirchì 
mi sentu natura 
chi mori e rinasci 
ed haiu i carni tènniri?... 

Stamatina addivintavu omu. 



A settant'anni e dopo 
mentre cala il sipario 
e la vista si accorcia, 
l'uomo legge 2 Novembre 
nel calendario degli occhi. 

Ma stamattina, 
senza grazia guadagnata, 
io leggo Pasqua e resurrezione; 
e vedo davanti a me 
il tempo lungo, 
le strade aperte, 
il cielo pulito 
e senza tuoni che scoppiano. 

E dire che c'è la guerra, 
la carestia, 
e popoli pronti a scannarsi. 

E dire che ho la carne scorticata, 
i piedi con le spine 
e il cuore 
che si riempie e si svuota ogni giorno; 
e che ho voglia d'erba 
e di pane caldo 
e di bocche e di occhi che bagnano 
e strappano le radici secche dal cuore. 

Da dove viene questa luce 
che m'illumina gli occhi 
e mi fa vedere più chiaro nello scuro, 
il cielo nei fondali 
e la gioia splendere nelle lacrime? 

Chi squarciò le nuvole 
che piovono sangue 
e mi fa vedere il mondo rinascere, 
la terra che si allunga, 
e il cielo aprirsi 
per entrare in altri cieli? 

Chi mi fa vedere  
le montagne vive, 
gli alberi in piedi 
e il sole che li veste 
e il vento che li muove e ci parla? 

Non è la poesia; 
la poesia si accende e si spegne, 
affonda in terra e muore,  
si alza in cielo e cade: 
ha le ali di paglia. 

Cos'è e perchè, 
guardo la campagna e fiorisce con me, 
guardo il mare e mi pare il mio letto, 
guardo il cielo e ci entro col cuore? 

Cos'è e perchè 
io sono solo 
e vedo gente e bandiere 
e uomini d'ogni lingua 
e mi sento carne incorporata 
e fiume dentro i fiumi? 

Cos'è e perchè 
mi sento natura 
che muore e rinasce 
e ho le carni tenere?... 

Stamattina sono diventato uomo. 
 
 

 

A casa di tarantuli (La casa dei ragni) "Ascolta la Poesia" 

Dal CD "Le poesie di Buttitta lette da Christian E. Maccarone"

Cumpagni di viaggiu - Compagni di viaggio

Stasira li cimi di l'arbuli
chi mòvinu la testa e li vrazza
parranu d'amuri a la terra
e io li sentu

Sunnu li paroli di sempri
chi vui scurdastivu,
cumpagni di viaggiu
nudi e pilusi,
in transitu dintra gaggi di ferru.

Unn'è chi ghiti a càdiri
si nuddu v'accumpagna
e la scienza è in guerra contru l'omu?

Cu vi jetta li riti
mentri u marusu munta;
siddu i nostromi da puisia
un tempu piscatura di baleni,
ora piscanu a lenza
nni l'acqua marcia di li paludi?

Cumpagni di viaggiu,
si pirdistivu u cori pa strata;
turnati nnarreri a circallu
si non siti già orbi.

Si u suttirrastuvu chi morti
nte campi di battagghia;
jiti a svrudicallu
si non feti nto sangu.

Si ristò a bruciari
nte càmmiri a gas;
curriti a cogghiri a cìnniri
e mittitila a cuvari nto pettu.

Lu me straziu è pi vui stasira,
e li paroli d'amuri
càdinu nterra
comu stiddi astutati.

Non vurria chi mai turnassi
una sira la stissa.

Stasera le cime degli alberi
che muovono la testa e le braccia
parlano d'amore alla terra
e io le sento.

Sono le parole di sempre
che voi avete dimenticato,
compagni di viaggio
nudi e pelosi,
in transito dentro gabbie di ferro.

Dove andrete a cadere
se nessuno vi accompagna
e la scienza è in guerra contro l'uomo?

Chi vi getta le reti
mentre il maroso monta;
se i nostromi della poesia
un tempo pescatori di balene,
ora pescano a lenza
nell'acqua marcia delle paludi?

Compagni di viaggio, se avete smarrito il cuore per strada;
tornate indietro a cercarlo
se non siete già orbi.

Se lo sotterraste con i morti
nei campi di battaglia;
andate a disseppellirlo
se non puzza nel sangue.

Se restò a bruciare
dentro le camere a gas;
correte a raccogliere la cenere
e mettetela a covare nel petto.

il mio strazio è per voi stasera,
e le parole d'amore
cadono in terra
come stelle spente.

Non vorrei che mai tornasse
una sera la stessa.

Dal "Giornale di Sicilia", quotidiano di Palermo, 18/10/1981

La voce di Eduardo De Filippo, appena nominato senatore a vita dal presidente Pertini, nel carcere minorile di Napoli, di cui abbiamo riferito nei giorni scorsi, ha ispirato a Ignazio Buttitta la poesia che qui pubblichiamo. Buttitta e De Filippo si conoscono da molto tempo, si stimano come artisti e come uomini, come le espressioni più antiche e vigorose delle due grandi città del Sud, Palermo e Napoli, capitali delle due Sicilie. "È una poesia e insieme una dedica: siamo molto lieti di proporla ai lettori".

Grazii, Eduardu, grazii (Grazie, Eduardo, grazie)

Eduardu,
a puisia non la scrivi;
a scrivia prima
pi morti e pi vivi
cu focu e cu a nivi.

Ora a fa parrannu
cu a vuci d'atturi
ed è sonu e cantu
e paroli d'amuri.

A facìanu l'antichi
nne strati e nne feri,
ora a fa iddu e scugnizzi
Comu si fussi Omeru.

E l'urtima puisia
a fici aéri
mentri parrava e marioli
carzarati o Filangeri.

Cu é onestu, non è fissa,
è fissa cu arrobba, ci dicia;
e si pigghiati i me paroli,
a notti è scura e viditi chiarìa.

Si io, Eduardu, di nicu,
arrubbava comu vuàtri
ora non fussi un sinaturi
ma latru e capu di latri.

Me patri mi dicia
travagghia e fatti amari,
ricchizza e puvirtà
un la dunanu i dinari.

E i marioli, animi nnuccenti,
figghi di Napuli povira,
nno cori e senza petri
jsavanu casteddi.

Grazii, Eduardu, grazii,
ci dicìanu i marioli
e la parola "puisia"
ci cantava dintra i cori.

Eduardo,
la poesia non la scrive;
la scriveva prima
per i morti e per i vivi
con il fuoco e la neve.

Ora la fa parlando
con la voce di attore
ed è suono e canto
e parole d'amore.

La facevano gli antichi
nelle strade e nelle fiere,
ora la fa lui agli scugnizzi
come se fosse Omero.

E l'ultima poesia
l'ha fatta ieri
mentre parlava ai marioli
carcerati al Filangeri.

Chi è onesto, non è fesso,
è fesso chi ruba, gli diceva;
e se prendete le mie parole
la notte è scura e la vedete chiara.

Se io, Eduardo, da piccolo,
rubavo come voialtri
ora non sarei un senatore
ma un ladro capo dei ladri.

Mio padre mi diceva
lavora e fatti amare,
ricchezza e povertà
non l'offrono i denari.

E i marioli, anime innocenti,
figli di Napoli povera,
nel cuore e senza pietre
innalzavano castelli.

Grazie, Eduardo, grazie,
gli dicevano i marioli
e la parola "poesia"
ci cantava dentro i cuori.


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