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I leader di rivolte di schiavi sono rimasti famosi, pur se sono poco numerosi per le innumerevoli rivolte avutesi, per l'eccessiva oppressione degli
uomini cui la vita offre l'opportunità di gestire le vite altrui. Il più nobile ci pare Drimaco,
ma è ben noto Spartaco ed anche Euno in Sicilia, ricordato con dovizia di riferimenti da
Diodoro Siculo, finiti orridamente.
La Sicilia ebbe due rivolte di schiavi: una nel 139 a.C. e l'altra verso il 104 a.C. La grande massa degli insorti era
costituita dagli schiavi pastori e agricoltori. Dalle campagne desolate di Enna, nella proprieta' del ricchissimo Damofilo nell'autunno del 136 l'ondata rivoluzionaria investì i luoghi del mostruoso eccidio di Pinario e penetrò
negli ergastula di quella base militare che l'ironia del tempo ha conservato all'ammirazione dei turisti.
Gli schiavi appresero certamente, dai malcontenti legionari di guarnigione, quale arazzo di gloria e di sangue altri uomini come loro tessevano con folle disperazione all'altra estremità del mare; si trattava di fare come Quelli, per vincere.
La rivolta fu capeggiata da Euno, nato libero ad Apamèa, in Siria, fu l'interprete più fedele delle esigenze etiche e religiose indigene e della precisa volontà politica di tutti i siciliani.
L'eccezionale schiavo del sadico latifondista Antigene di Enna liberò personalmente 400 compagni, irruppe nella città, spezzò le catene degl'infelici e sopraffece il presidio romano della fortezza.
Gli insorti uccisero Damofilo e proclamarono re Euno. Egli, che era investito di poteri assoluti, dispose di giustiziare tutti i
proprietari di schiavi, tranne quelli che dovevano essere adibiti alla fabbricazione di armi. Ordinata l'esecuzione immediata di coloro che, come Damofilo e Antigene, avevano collaborato con il nemico per ottenere in cambio la doppia nazionalità
e il privilegio di sfruttare la collettività dette ordine, pero', di non distruggere le aziende agricole ed i loro attrezzi.
Eletto stratego-autocrate, con il nome simbolico del grande seleucide Antioco, il capo dei guerriglieri ordinò pure che si risparmiassero quei collaborazionisti che esercitavano l'arte preziosa degli armaiuoli.
Fece coniare monete di rame con incise la testa di Demetra ed una spiga di grano.
Agli insorti ennesi si unirono quelli agrigentini capeggiati dai fratelli mandriani Cleònte e Comàno. I due gruppi riuniti si dice mettessero in campo una forza di 150.000 uomini, che riuscì a conquistare Morgantina (presso Aidone) e Taormina.
Il numero degli insorti continuo' ad aumentare (si dice che siano arrivati a 200.000). Cleònte salì alla gloria nella difesa di Enna, cinque anni dopo, durante l'ultimo tentativo di rompere l'assedio
posto alle città dalle legioni di Rupilio; Comàno, invece, venne catturato nel 132 fuori le mura di Tauromenio e preferì darsi spaventosamente la morte, strangolandosi, per non correre il rischio di tradire,
sotto la tortura che lo attendeva, le decine di migliaia dei suoi compagni "Egli si coprì il volto con il mantello e si strozzò".
I comandanti romani messi in fuga dagli insorti furono numerosi:
Cornelio Lentulo, Lucio e Calpurnio Pisone, Caio Tizio, Lucio Plinio Speseo furono tutti sconfitti.
I prigionieri crocefissi ad Enna furono 20.000; i partigiani che erano riusciti a evadere, quando si videro accerchiati preferirono uccidersi tra di loro, piuttosto che cadere in mano ai nemici.
Si dice, ancora, che Euno non sia stato giustiziato dai Romani, i quali, invece giustiziarono decine di milioni di esseri umani per molto meno, ma che sia morto dentro il carcere della vicina Morganzia
dopo la fine della guerra, e se ammettiamo pure noi questa favola, la sua dimensione umana è doppiamente gigantesca! La fine stessa di Euno è l'epilogo amaro di questa prima allucinante guerra dei Vinti.

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